"Hai dei bei capelli."
"Perché diavolo continuate tutti quanti a dirlo?"
"Perché è vero, e non m'interessa quello che dicono gli altri."
Ryan era un ragazzo alto e abbastanza muscoloso da uscire vincitore dal novanta per cento delle risse in cui amava ficcarsi. Le sue braccia erano forti, e Lydia amava lasciarsi stringere: stranamente non si vergognava pur essendo estremamente piccola e fragile rispetto a lui. Ryan sapeva che con quel piccolo gesto riusciva a farla stare bene, per cui lo faceva spesso. La attirava a sé e la stringeva abbastanza forte da non permetterle di sgusciare via, ma non abbastanza da farle male.
Quel nove settembre era il diciassettesimo compleanno di Lydia, e lui aveva deciso di portarla su quello che secondo lui era il grattacielo più alto di Capital City. In teoria non avrebbero potuto arrampicarsi fin lì, ma di notte nessuno ha fatto caso a due figure solitarie che utilizzavano le scale d'emergenza esterne per raggiungere la terrazza.
"Grazie, allora."
Era imbarazzata, glielo si leggeva in faccia: per Ryan quegli occhi nocciola erano come un libro aperto che gli raccontava direttamente la storia di Lydia, sguardo dopo sguardo. Lui, invece, rimaneva un enorme mistero per lei. Ryan sapeva benissimo che c'erano cose che non avrebbe mai potuto rivelarle, perché l'avrebbe fatta stare male e riteneva che quello scricciolo avesse già sofferto abbastanza per osare scaricarle nuovi pesi sulle spalle fragili. Al contrario di Lydia, lui era bravissimo a nascondere quello che voleva nascondere, e non aveva la minima intenzione di farle capire che si faceva di Blast più volte al giorno e che non avrebbe potuto smettere a causa di una dipendenza esistente già da anni alla quale si era completamente abbandonato.
Avrebbe voluto trovare la forza per chiederle aiuto, avrebbe voluto davvero, ma l'affetto che provava per lei era più grande del suo egoismo. Nascondendole la sua dipendenza era convinto di proteggerla, e questo gli bastava.
"Ti ho comprato una cosa."
Lydia si girò a guardarlo, i ricci spettinati dal vento. Da lassù Capital City sembrava quasi bella, un tripudio di luci che ti portavano a dimenticare quanto quella città fosse artificiale, ma il modo in cui quella ragazza lo guardava faceva apparire i suoi occhi come la cosa più spettacolare del 'Verse, più di quelle luci. Nessuno lo aveva mai guardato così, scavando a fondo nella sua anima. Lo sguardo di Lydia riusciva a penetrare la carne, spezzargli le ossa, stringergli il cuore. Si amavano, ma nessuno dei due lo aveva mai detto all'altro, e probabilmente nemmeno erano intenzionati a farlo.
"Non dovevi. Non ho fatto nulla per meritarmi un regalo."
"Io volevo fartelo, quindi non ribattere."
Le porse un nastro di raso borgogna, che pareva catturare i riflessi di tutte quelle luci: quelle della città, quelle delle stelle e quelle degli occhi di Lydia.
"E' un colore che ti dona" le spiegò, avvicinandosi a lei ulteriormente e facendole inclinare il capo in modo da poterle raccogliere i capelli con un fiocco. Ne approfittò per avvicinare il naso ai suoi ricci e inalarne il profumo, tanto da portarlo con sé fino al giorno successivo, fino a quando non si sarebbero visti di nuovo.
"Grazie."
Era povera di parole, ma lui riusciva a percepirne la gratitudine, tanto che la fece voltare e la baciò come se non ci fosse un domani. Rimasero attaccati per un po', almeno finché lei non si staccò per cercare lo sguardo di lui.
"Ryan, voglio andarmene di casa, voglio stare con te. Voglio fare quello che fai tu."
"E' un lavoro pericoloso."
"Ma io lo voglio fare."
Lydia era così vitale, piena di rabbia, di voglia di combattere che gli venne voglia di baciarla ancora.
"A volte si rischia di morire."
"Non m'importa. Non ho paura di morire."
"Dovresti averne. Chi ha paura di morire vive più intensamente."
"Chi non ha paura di morire non teme nemmeno l'intensità dei sentimenti, né le persone. Chi non ha paura di morire non ha nemmeno paura di vivere."
A volte l'intelligenza di Lydia lo spiazzava. Se ne usciva con quei commenti a cui non riusciva a replicare in alcun modo, poiché era impossibile darle torto.
Lydia era così coraggiosa, lui invece no. Lui non aveva paura di vivere, ma da quando quella ragazza minuta e dagli occhi sinceri era entrata nella sua vita iniziò a temere la morte.
Sapeva che prima o poi la sua dipendenza lo avrebbe fottuto, gli avrebbe succhiato via la vita lasciando il suo corpo vuoto e freddo tra le braccia della donna che lo amava, lasciandola distrutta.
Ryan era un mercenario frenato dalla paura di far soffrire qualcuno. Lydia era una donna pericolosa, troppo viva per lasciarlo indifferente, e lui era un uomo spacciato, condannato, che non riusciva a trovare il coraggio di staccarsi da lei prima che fosse troppo tardi.
E inevitabilmente, sapeva che prima o poi lo sarebbe stato.
Troppo tardi.
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Lyanna
Lyanna Lee era una donna bella oltre ogni dire, con grandi occhi dall'iride color nocciola intenso, un colore quasi liquido, bollente. Aveva capelli lunghi e ricci e un sorriso perfetto che non mostrava quasi mai. Le sue labbra carnose erano perennemente piegate in una smorfia di dolore, quella sofferenza interiore che ti attanaglia le viscere e ti chiude in una sfera dal vetro spesso e indistruttibile, all'interno della quale l'unica cosa che puoi fare è disperarti perché sai che non c'è alcuna via d'uscita.
Oltre ad essere splendida era anche molto intelligente e sensibile, capace di comprendere persino le ragioni della persona più spregevole del 'Verse. Aveva scoperto quel talento quando era solo una ragazzina, dimostrandosi più matura di tutti i suoi coetanei ed estremamente empatica, tanto che decise di diventare una psicologa. Da giovane aveva un sacco di idee per il suo futuro: vivere la vita con il sorriso sulle labbra, aiutare le persone in difficoltà, asciugare le loro lacrime e permettere loro di combattere perché era certa nessuno possa essere realmente perso per sempre.
Lavorava alla Blue Sun quando conobbe Robert Evans, un soldato alleato dal cipiglio severo e dagli occhi gelidi. Quell'uomo aveva un fascino tutto suo, rappresentava la Freddezza che lei combatteva nella mente dei suoi pazienti da anni: divenne il suo chiodo fisso, la sua missione tutta personale. Doveva scaldarlo, ammorbidirlo, perché riusciva a intravedere sotto quella corazza una persona determinata, forte, buona.
Forse si innamorò più che altro dell'idea che si era fatta di lui che di Robert stesso, fatto sta che dopo un anno si ritrovò sposata e con il ventre gravido.
Robert non sembrava così felice di aspettare un figlio da lei, l'unica cosa che pareva importargli era il fatto di poter crescere un nuovo soldato che lo aiutasse nella sua battaglia contro l'ignoranza della gente del Rim.
Lyanna si sentiva infinitamente triste: la creatura che portava in grembo non avrebbe ricevuto tutto l'amore che un figlio si merita, sarebbe nata e cresciuta ricevendo ciò che le spettava solamente per metà, e questo la convinse ulteriormente a non mollare la sua missione, la sua lotta contro la freddezza di Robert.
Nonostante lei fosse incinta e i mesi passassero, gonfiando sempre di più la sua pancia, lui era sempre meno presente.
"Noi Alleati abbiamo una missione, Lyanna. Un giorno uniremo tutti sotto un unico dominio e finalmente quella gente capirà che ribellarsi non serve a nulla, e ci ringrazieranno per questo. Tu la smetterai di piangere e mi dirai grazie come loro, e nostra figlia farà lo stesso. Non devi lamentarti se sono assente, quello per cui combatto è più importante."
Parole che si sentiva ripetere ogni giorno e che nemmeno il suo mare di lacrime poteva cancellare.
Quando sarebbe stata in grado di essere più forte, di riconquistare il sorriso che aveva perso, di asciugare le proprie lacrime e combattere proprio come suo marito faceva?
Quando Lydia si catapultò in questo mondo Lyanna, finalmente, sorrise. Era sola, ma in qualche modo quell'esserino era in grado di farla sentire la donna più felice dell'intera galassia. Aveva i suoi stessi lineamenti, nascosti dal rossore tipico della pelle dei neonati, e tanti capelli quanto lei. Strillava la propria rabbia al mondo, e questo non poté che farla sentire più forte, rinvigorita. Era il nove settembre del 2486 e quella data l'avrebbe segnata per sempre: la sua speranza era rinata.
"Mamma, non piangere."
Lydia aveva sei anni e lei ne aveva esattamente trenta più di lei. Quel giorno era il suo compleanno e pioveva a dirotto su Capital City. Ogni tuono faceva tremare anche il suo cuore assieme ai vetri della finestra della cucina. Lyanna era stanca di piangere, ma non poteva farne a meno: la solitudine, la paura, il rimorso erano così forti da farle venire la nausea. Da quando lei e Robert stavano assieme non c'era stato un solo compleanno in cui lui fosse stato al suo fianco. Possibile che quell'uomo fosse in grado di amare solo la propria causa e il proprio lavoro, quando lei gli aveva donato tutta se stessa? Nemmeno la nascita di Lydia era riuscita a portarlo a casa per le feste, per i compleanni, per gli anniversari. La bambina non sembrava soffrirne particolarmente. Stava con il padre solo quando lui le parlava di combattere e di come le avrebbe insegnato a farlo non appena avesse raggiunto l'età giusta.
"Ti prego... Non sei sola. Io ci sono, e il tuo compleanno è importante per me."
"Oh, Ly..."
Quelle parole la fecero piangere ancora di più, i singhiozzi che bucavano il silenzio denso di quella cucina vuota. La manina di Lydia afferrò la sua con forza, come a volerle offrire un appiglio sicuro, l'unico appiglio che qualcuno le avesse mai concesso in vita sua. La accettò e cercò il suo sguardo: avevano occhi identici, ma l'espressione della piccola era più decisa e intensa del sua, era lo sguardo di chi non si sarebbe mai arreso. Sua figlia era parte di lei, del suo cuore, della sua anima, il flebile raggio di sole che illuminava l'oscurità che aveva lasciato entrare dentro di se.
"Adesso facciamo una torta e la mangiamo solo noi" la rassicurò Lydia, allungando le mani verso il suo volto pallido per asciugare via tutte quelle lacrime, e le sorrise.
Quel sorriso era così sincero e coraggioso che Lyanna fu sicura sua figlia sarebbe stata in grado di vincere ogni battaglia della sua vita, quando sarebbe stata grande. E si alzò, tenendola per mano.
"So che non mi abbandonerai mai, Lydia."
Ma ti ho abbandonata, mamma.
Mi dispiace, mi dispiace tanto.
Oltre ad essere splendida era anche molto intelligente e sensibile, capace di comprendere persino le ragioni della persona più spregevole del 'Verse. Aveva scoperto quel talento quando era solo una ragazzina, dimostrandosi più matura di tutti i suoi coetanei ed estremamente empatica, tanto che decise di diventare una psicologa. Da giovane aveva un sacco di idee per il suo futuro: vivere la vita con il sorriso sulle labbra, aiutare le persone in difficoltà, asciugare le loro lacrime e permettere loro di combattere perché era certa nessuno possa essere realmente perso per sempre.
Lavorava alla Blue Sun quando conobbe Robert Evans, un soldato alleato dal cipiglio severo e dagli occhi gelidi. Quell'uomo aveva un fascino tutto suo, rappresentava la Freddezza che lei combatteva nella mente dei suoi pazienti da anni: divenne il suo chiodo fisso, la sua missione tutta personale. Doveva scaldarlo, ammorbidirlo, perché riusciva a intravedere sotto quella corazza una persona determinata, forte, buona.
Forse si innamorò più che altro dell'idea che si era fatta di lui che di Robert stesso, fatto sta che dopo un anno si ritrovò sposata e con il ventre gravido.
Robert non sembrava così felice di aspettare un figlio da lei, l'unica cosa che pareva importargli era il fatto di poter crescere un nuovo soldato che lo aiutasse nella sua battaglia contro l'ignoranza della gente del Rim.
Lyanna si sentiva infinitamente triste: la creatura che portava in grembo non avrebbe ricevuto tutto l'amore che un figlio si merita, sarebbe nata e cresciuta ricevendo ciò che le spettava solamente per metà, e questo la convinse ulteriormente a non mollare la sua missione, la sua lotta contro la freddezza di Robert.
Nonostante lei fosse incinta e i mesi passassero, gonfiando sempre di più la sua pancia, lui era sempre meno presente.
"Noi Alleati abbiamo una missione, Lyanna. Un giorno uniremo tutti sotto un unico dominio e finalmente quella gente capirà che ribellarsi non serve a nulla, e ci ringrazieranno per questo. Tu la smetterai di piangere e mi dirai grazie come loro, e nostra figlia farà lo stesso. Non devi lamentarti se sono assente, quello per cui combatto è più importante."
Parole che si sentiva ripetere ogni giorno e che nemmeno il suo mare di lacrime poteva cancellare.
Quando sarebbe stata in grado di essere più forte, di riconquistare il sorriso che aveva perso, di asciugare le proprie lacrime e combattere proprio come suo marito faceva?
Quando Lydia si catapultò in questo mondo Lyanna, finalmente, sorrise. Era sola, ma in qualche modo quell'esserino era in grado di farla sentire la donna più felice dell'intera galassia. Aveva i suoi stessi lineamenti, nascosti dal rossore tipico della pelle dei neonati, e tanti capelli quanto lei. Strillava la propria rabbia al mondo, e questo non poté che farla sentire più forte, rinvigorita. Era il nove settembre del 2486 e quella data l'avrebbe segnata per sempre: la sua speranza era rinata.
"Mamma, non piangere."
Lydia aveva sei anni e lei ne aveva esattamente trenta più di lei. Quel giorno era il suo compleanno e pioveva a dirotto su Capital City. Ogni tuono faceva tremare anche il suo cuore assieme ai vetri della finestra della cucina. Lyanna era stanca di piangere, ma non poteva farne a meno: la solitudine, la paura, il rimorso erano così forti da farle venire la nausea. Da quando lei e Robert stavano assieme non c'era stato un solo compleanno in cui lui fosse stato al suo fianco. Possibile che quell'uomo fosse in grado di amare solo la propria causa e il proprio lavoro, quando lei gli aveva donato tutta se stessa? Nemmeno la nascita di Lydia era riuscita a portarlo a casa per le feste, per i compleanni, per gli anniversari. La bambina non sembrava soffrirne particolarmente. Stava con il padre solo quando lui le parlava di combattere e di come le avrebbe insegnato a farlo non appena avesse raggiunto l'età giusta.
"Ti prego... Non sei sola. Io ci sono, e il tuo compleanno è importante per me."
"Oh, Ly..."
Quelle parole la fecero piangere ancora di più, i singhiozzi che bucavano il silenzio denso di quella cucina vuota. La manina di Lydia afferrò la sua con forza, come a volerle offrire un appiglio sicuro, l'unico appiglio che qualcuno le avesse mai concesso in vita sua. La accettò e cercò il suo sguardo: avevano occhi identici, ma l'espressione della piccola era più decisa e intensa del sua, era lo sguardo di chi non si sarebbe mai arreso. Sua figlia era parte di lei, del suo cuore, della sua anima, il flebile raggio di sole che illuminava l'oscurità che aveva lasciato entrare dentro di se.
"Adesso facciamo una torta e la mangiamo solo noi" la rassicurò Lydia, allungando le mani verso il suo volto pallido per asciugare via tutte quelle lacrime, e le sorrise.
Quel sorriso era così sincero e coraggioso che Lyanna fu sicura sua figlia sarebbe stata in grado di vincere ogni battaglia della sua vita, quando sarebbe stata grande. E si alzò, tenendola per mano.
"So che non mi abbandonerai mai, Lydia."
Ma ti ho abbandonata, mamma.
Mi dispiace, mi dispiace tanto.
How to save a life
19/03/2514
h. 21.20
Ricordo il giorno in cui trovai Ryan morto.
Era una giornata fredda di fine settembre, di quelle che ti fanno capire che ormai l'estate è finita e che ti devi lasciare alle spalle la sensazione dei raggi di sole tiepidi sulla pelle per un altro anno.
Stavo tornando a casa con una borsetta piena di fragole fresche, sapevo che a lui piacevano un sacco e poiché il nostro ultimo incarico era andato bene avevo deciso di spendere parte dei miei soldi per fargli quel piccolo regalo.
Ricordo ancora il cielo occupato dalle nubi gonfie di pioggia, squarci di oscurità tra i palazzoni freddi di Capital City.
Avremmo mangiato le fragole sdraiati sul letto, e poi ci saremmo baciati, la sua lingua sarebbe stata dolce e le sue braccia calde e io mi sarei sentita in paradiso come ogni volta che ci univamo con passione.
Quando aprii la porta trovai l'appartamento insolitamente silenzioso. Un silenzio pesante, di quelli che preannunciano il rombo di un tuono, i vetri che tremano, gli occhi di Ryan ancora aperti.
Era steso sul tappeto del soggiorno, la polvere bianca del Blast ancora sparsa sul tavolino di vetro e appiccicata sotto al suo naso perfetto. Lasciai cadere il sacchetto a terra, le fragole iniziarono a rotolare sul pavimento, ne calpestai qualcuna durante la mia corsa verso quel corpo esanime.
"Ryan, no! No, no, no. Non mi lasciare, ti prego, ti prego..."
Continuavo a ripeterlo come una sciocca, lasciando che la cantilena fosse l'unico suono a tenermi compagnia dentro quella casa gelida e vuota.
Il volto di Ryan era così freddo e pallido.
Potevo specchiarmi nelle sue iridi verdi e sentirmi persa, morta assieme a lui.
Avevo lasciato tutto per lui, abbandonando la mia vita e il mio passato.
Improvvisamente, mentre le gocce di pioggia iniziavano a violentare i vetri delle finestre, capii di essere sola.
Questa volta il dolore era sordo, intenso.
Tremavo, piangevo, mi sentivo una cavità scura e infinita all'interno del petto, come se mi avessero strappato via il cuore. Nessuna ferita da curare o frattura da ricomporre era stata così dolorosa nella mia vita prima di quel momento.
A volte ancora adesso, quando mi sveglio nell'oscurità staccandomi bruscamente dai miei incubi, mi sembra di vedere gli occhi di Ryan che mi osservano mentre migliaia di voci urlano attorno al mio letto.
"Avresti potuto salvarlo."
Ieri sera Ritter è venuto a trovarmi a casa mia su Greenfield, presentandosi con un cerotto sul naso e una bottiglia di whisky in mano.
Mi ha detto che ha lasciato Eir sola con il suo campo di grano, ma quando mi ha spiegato il perché della sua decisione non ho potuto biasimarlo.
Ha affermato che tra qualche tempo lo avrebbe trovato morto di overdose da morfina e questo l'avrebbe distrutta, quindi ha troncato la relazione prima ancora che potesse nascere.
Io so cosa significa, e non sono riuscita a contestare la sua scelta: perdere Ryan è stato terribile, e non raccomanderei quel tipo di sofferenza a nessuno.
Ho approfittato della discussione per domandargli per quale motivo preferisse la morfina all'amore di lei, e la sua risposta mi ha lasciato senza fiato e senza parole.
"Perché l'amore ti ruba parte di te senza che tu te ne possa accorgere, mentre la droga ti toglie proprio tutto. E' più facile."
Quindi Ryan ha preferito ciò che è più facile a ciò che è giusto.
Il dottore dice che probabilmente non mi ha mai detto nulla per proteggermi, per non farmi soffrire, e che comunque anche se lo avessi saputo non avrei potuto fare nulla per salvare la sua vita. Continuo a pensare che invece qualcosa avrei potuto farlo, ma non sono specializzata nel salvataggio delle vite altrui, di solito tendo a troncarle.
Abbiamo affogato i nostri dispiaceri in due bottiglie di whisky, finendo a ballare ubriachi marci nel prato dietro casa mia.
Gli occhi verdi di Ritter sono così intensi, a modo loro, e simili a quelli di Ryan che a volte cercare il suo sguardo mi fa male. La sua compagnia è qualcosa a cui tuttavia non vorrei rinunciare: credo riesca a capirmi senza bisogno di compiere il minimo sforzo. Viaggiamo a braccetto nella strada della nostra vita, seguendo l'onda di un dramma permanente, tenendoci compagnia nella nostra profonda solitudine.
Jeremia, il ragazzino dai capelli rossi e l'aria ingenua, mi ha appena scritto che ha vinto un barattolo di miele alla gara di Greasy pole climbing alla festa di primavera e che vorrebbe offrirmene un po' per ringraziarmi di avergli regalato un biglietto per la partita di Pyramid di domani sera.
Ho quasi paura che le lezioni di tiro che voglio dargli non siano abbastanza per prepararlo ad affrontare la crudezza della vita, ma nel frattempo devo ammettere che mi piace l'idea di mangiare del miele non sintetico in compagnia di qualcuno che essendo molto giovane non sa cosa voglia dire avere peli sulla lingua.
Insomma, in qualche modo devo pur lasciarmi alle spalle i pensieri.
h. 21.20
Ricordo il giorno in cui trovai Ryan morto.
Era una giornata fredda di fine settembre, di quelle che ti fanno capire che ormai l'estate è finita e che ti devi lasciare alle spalle la sensazione dei raggi di sole tiepidi sulla pelle per un altro anno.
Stavo tornando a casa con una borsetta piena di fragole fresche, sapevo che a lui piacevano un sacco e poiché il nostro ultimo incarico era andato bene avevo deciso di spendere parte dei miei soldi per fargli quel piccolo regalo.
Ricordo ancora il cielo occupato dalle nubi gonfie di pioggia, squarci di oscurità tra i palazzoni freddi di Capital City.
Avremmo mangiato le fragole sdraiati sul letto, e poi ci saremmo baciati, la sua lingua sarebbe stata dolce e le sue braccia calde e io mi sarei sentita in paradiso come ogni volta che ci univamo con passione.
Quando aprii la porta trovai l'appartamento insolitamente silenzioso. Un silenzio pesante, di quelli che preannunciano il rombo di un tuono, i vetri che tremano, gli occhi di Ryan ancora aperti.
Era steso sul tappeto del soggiorno, la polvere bianca del Blast ancora sparsa sul tavolino di vetro e appiccicata sotto al suo naso perfetto. Lasciai cadere il sacchetto a terra, le fragole iniziarono a rotolare sul pavimento, ne calpestai qualcuna durante la mia corsa verso quel corpo esanime.
"Ryan, no! No, no, no. Non mi lasciare, ti prego, ti prego..."
Continuavo a ripeterlo come una sciocca, lasciando che la cantilena fosse l'unico suono a tenermi compagnia dentro quella casa gelida e vuota.
Il volto di Ryan era così freddo e pallido.
Potevo specchiarmi nelle sue iridi verdi e sentirmi persa, morta assieme a lui.
Avevo lasciato tutto per lui, abbandonando la mia vita e il mio passato.
Improvvisamente, mentre le gocce di pioggia iniziavano a violentare i vetri delle finestre, capii di essere sola.
Questa volta il dolore era sordo, intenso.
Tremavo, piangevo, mi sentivo una cavità scura e infinita all'interno del petto, come se mi avessero strappato via il cuore. Nessuna ferita da curare o frattura da ricomporre era stata così dolorosa nella mia vita prima di quel momento.
A volte ancora adesso, quando mi sveglio nell'oscurità staccandomi bruscamente dai miei incubi, mi sembra di vedere gli occhi di Ryan che mi osservano mentre migliaia di voci urlano attorno al mio letto.
"Avresti potuto salvarlo."
Ieri sera Ritter è venuto a trovarmi a casa mia su Greenfield, presentandosi con un cerotto sul naso e una bottiglia di whisky in mano.
Mi ha detto che ha lasciato Eir sola con il suo campo di grano, ma quando mi ha spiegato il perché della sua decisione non ho potuto biasimarlo.
Ha affermato che tra qualche tempo lo avrebbe trovato morto di overdose da morfina e questo l'avrebbe distrutta, quindi ha troncato la relazione prima ancora che potesse nascere.
Io so cosa significa, e non sono riuscita a contestare la sua scelta: perdere Ryan è stato terribile, e non raccomanderei quel tipo di sofferenza a nessuno.
Ho approfittato della discussione per domandargli per quale motivo preferisse la morfina all'amore di lei, e la sua risposta mi ha lasciato senza fiato e senza parole.
"Perché l'amore ti ruba parte di te senza che tu te ne possa accorgere, mentre la droga ti toglie proprio tutto. E' più facile."
Quindi Ryan ha preferito ciò che è più facile a ciò che è giusto.
Il dottore dice che probabilmente non mi ha mai detto nulla per proteggermi, per non farmi soffrire, e che comunque anche se lo avessi saputo non avrei potuto fare nulla per salvare la sua vita. Continuo a pensare che invece qualcosa avrei potuto farlo, ma non sono specializzata nel salvataggio delle vite altrui, di solito tendo a troncarle.
Abbiamo affogato i nostri dispiaceri in due bottiglie di whisky, finendo a ballare ubriachi marci nel prato dietro casa mia.
Gli occhi verdi di Ritter sono così intensi, a modo loro, e simili a quelli di Ryan che a volte cercare il suo sguardo mi fa male. La sua compagnia è qualcosa a cui tuttavia non vorrei rinunciare: credo riesca a capirmi senza bisogno di compiere il minimo sforzo. Viaggiamo a braccetto nella strada della nostra vita, seguendo l'onda di un dramma permanente, tenendoci compagnia nella nostra profonda solitudine.
Jeremia, il ragazzino dai capelli rossi e l'aria ingenua, mi ha appena scritto che ha vinto un barattolo di miele alla gara di Greasy pole climbing alla festa di primavera e che vorrebbe offrirmene un po' per ringraziarmi di avergli regalato un biglietto per la partita di Pyramid di domani sera.
Ho quasi paura che le lezioni di tiro che voglio dargli non siano abbastanza per prepararlo ad affrontare la crudezza della vita, ma nel frattempo devo ammettere che mi piace l'idea di mangiare del miele non sintetico in compagnia di qualcuno che essendo molto giovane non sa cosa voglia dire avere peli sulla lingua.
Insomma, in qualche modo devo pur lasciarmi alle spalle i pensieri.
How does one become a butterfly?
16/02/2514
h.18.30
Non so dove avesse pescato questa citazione, ma ricordo chiaramente il sorriso di Ryan mentre me la recitava, tre mesi prima che mi lasciasse. Tre mesi prima di morire.
Ai tempi sentire queste parole mi aveva fatto sorridere. Vedevo le farfalle come qualcosa di forte, dopotutto sono insetti che devono affrontare più fasi di crescita: da bruco, a larva, a farfalla. Mi sarebbe piaciuto essere come una farfalla, diventare una persona migliore, godere appieno di ogni istante.
Poi però, dopo che Ryan è morto, mi sono resa conto che contare gli anni è più facile soprattutto se te li lasci scivolare addosso. Gli anni sono lunghi e proprio per questo si tende a non farci caso se passano così in fretta, gli istanti invece... Gli istanti rimangono per sempre.
Oggi Brent mi ha disegnato una farfalla sulla mano. Quando l'ho invitato a farlo stavo scherzando, ma ora che abbasso lo sguardo sul disegno preciso e stilizzato mi rendo conto che mi piace e che mi causa una stretta al petto al tempo stesso, e mi sembra di non riconoscere più me stessa. Non sono più in grado di contare gli istanti e di farmi bastare il mio tempo, in compenso sono tormentata dagli anni che mi sono lasciata alle spalle.
Ho detto a Brent che quell'insetto delicato e bellissimo non mi rappresenta, ma forse sbagliavo. Anche io, come la farfalla, sono tremendamente fragile, ma gli altri non se ne accorgono, per fortuna.
Vorrei non avere solo questo in comune con le farfalle, però.
Vorrei essere in grado di volare, dopo aver strisciato per tutto questo tempo.
h.18.30
"La farfalla non conta gli anni ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta."
Non so dove avesse pescato questa citazione, ma ricordo chiaramente il sorriso di Ryan mentre me la recitava, tre mesi prima che mi lasciasse. Tre mesi prima di morire.
Ai tempi sentire queste parole mi aveva fatto sorridere. Vedevo le farfalle come qualcosa di forte, dopotutto sono insetti che devono affrontare più fasi di crescita: da bruco, a larva, a farfalla. Mi sarebbe piaciuto essere come una farfalla, diventare una persona migliore, godere appieno di ogni istante.
Poi però, dopo che Ryan è morto, mi sono resa conto che contare gli anni è più facile soprattutto se te li lasci scivolare addosso. Gli anni sono lunghi e proprio per questo si tende a non farci caso se passano così in fretta, gli istanti invece... Gli istanti rimangono per sempre.
Oggi Brent mi ha disegnato una farfalla sulla mano. Quando l'ho invitato a farlo stavo scherzando, ma ora che abbasso lo sguardo sul disegno preciso e stilizzato mi rendo conto che mi piace e che mi causa una stretta al petto al tempo stesso, e mi sembra di non riconoscere più me stessa. Non sono più in grado di contare gli istanti e di farmi bastare il mio tempo, in compenso sono tormentata dagli anni che mi sono lasciata alle spalle.
Ho detto a Brent che quell'insetto delicato e bellissimo non mi rappresenta, ma forse sbagliavo. Anche io, come la farfalla, sono tremendamente fragile, ma gli altri non se ne accorgono, per fortuna.
Vorrei non avere solo questo in comune con le farfalle, però.
Vorrei essere in grado di volare, dopo aver strisciato per tutto questo tempo.
No one can blame me
No one can blame you for walking away
Too much rejection
No love injection
But down in the underground
You'll find someone true
Down in the underground
A land serene
A crystal moon
h.10.00
Quando ero più piccola mia madre mi canticchiava spesso una canzone di cui non conosceva il testo e la melodia completi, né l'autore.
Spesso mi chiedevo se avesse la minima idea di cosa significassero quelle parole per me. Nel profondo speravo mi avrebbe perdonata per quello che avevo intenzione di farle.
Sono stata così egoista ad abbandonarla nella sua solitudine e nel suo dolore?
"Nessuno può biasimarti per essertene andata."
No, nessuno può biasimarmi.
Mi piacerebbe tornare per salutarla e sentirla cantare queste parole ancora una volta. Oggi avrebbero un senso, sicuramente più di quanto ne avessero anni fa.
Talvolta mi sono sentita davvero "sotto terra", sono stata come morta negli ultimi cinque anni, ma ora è diverso. Ora mi sento viva, e non importa se questo significa anche provare dolore, o paura.
C'è stato un periodo troppo lungo in cui non ho sentito nulla, e ora mi sento come se mi fossi risvegliata da uno dei miei incubi.
Finalmente.
Phantoms of the past
09/02/2514
h. 20.00
"Lydia, devi imparare che cosa è giusto e che cosa è sbagliato."
Sentivo mia madre singhiozzare dalla cucina. Anche se dal punto in cui mi trovavo non la potevo vedere, mi sembrava di averla davanti, seduta al tavolo della cucina, la fronte contro il legno bagnato dalla sua cascata di lacrime.
"Qui su Horyzon le cose sono perfette, ma là fuori, nei mondi che tu ti ostini a difendere, vige l'ignoranza."
No, papà, qui l'unico ignorante sei tu. Questo avrei voluto rispondergli, ma mi limitai a starmene seduta su quella poltrona, circondandomi le ginocchia con le braccia e trattenendo le lacrime con orgoglio.
Mi sanguinava il naso, e il polso dove mio padre si era aggrappato con forza per tenermi ferma mentre mi picchiava faceva così male che quasi non riuscivo a muoverlo, ma non avrei pianto. Non davanti a lui. A fare quello ci pensava già mia madre, e in abbondanza.
"Quell'ignoranza non durerà in eterno, prima o poi li domineremo e faremo capire loro che cosa vuol dire essere civilizzati."
Perchè non poteva parlare di aiuto? Quella gente aveva bisogno di aiuto, non di regole e del pugno di ferro dell'Alleanza.
"Quella gente è come noi, ma non ha tutto ciò che abbiamo noi per civilizzarsi, come dici tu. Se invece di pensare a imporvi pensaste ad aiutarli le cose sarebbero diverse" replicai seccamente, stanca di dovermene stare zitta e fingere che avesse ragione. Lui mi si avvicinò, la mano già in aria, pronta a colpirmi di nuovo.
"Ti prego Robert, basta, lascia stare la bambina" implorò mia madre dalla cucina, la voce spezzata dal pianto. Mio padre si voltò verso di lei, puntandole il dito contro. "Non è una bambina, ha sedici anni e dovrebbe già essere membro dell'Alleanza come me e invece guardala! Una ribelle con la testa piena di ideali distorti! E' solo colpa tua e della tua debolezza, sei solo capace a piangere!"
Per fortuna si girò e uscì di casa sbattendosi la porta alle spalle, perchè in quel momento mi sarei volentieri alzata per prenderlo a calci in culo.
Quello non era mio padre, era solamente un uomo senza cuore.
Nonostante siano passati nove anni dall'ultima volta che l'ho visto non riesco a soffocare tutto l'odio represso che ha fatto nascere in me fin da quando ero solo una bambina.
Sono felice che non si sia mai pentito di avermi cancellata dalla sua vita, sono davvero felice che non mi abbia mai cercata. Mai.
Però mi manca mia madre, a volte.
"Non devi ascoltarlo, non sa quello che dice. Lui ti vuole bene" mi disse, la voce nasale a causa del pianto cessato da pochi minuti. Mentiva, lo faceva sempre. Mentiva cercando di addolcire la cruda realtà.
"Non è vero, mamma. Lui mi odia. Se non diventassi un soldato come lui desidera smetterebbe di considerarmi sua figlia, e tu lo sai benissimo. Io sono solo uno strumento per lui."
Sentivo i denti della spazzola affondare tra i miei ricci e scorrere lenti verso il basso. Nonostante percepissi i movimenti di mia madre secchi e nervosi, la sua voce suonava piena di dolcezza.
"Per me non sei uno strumento. Sei la mia bambina."
Le piaceva spazzolarmi i capelli. Erano lunghi e ricci come i suoi.
"Quanto sei bella, Lydia. Sembri una bambola. Vedrai, un giorno troverai un uomo che amerà i tuoi occhi tanto quanto li amo io" sorrise, guardandomi attraverso lo specchio.
Odiavo quando mia madre si metteva a parlare di uomini. Io avevo già Ryan, e lui non mi amava perchè sembravo una bambola. Mi amava perchè ero forte e indipendente.
A ripensarci, forse Ryan non mi amava davvero. Ma mia madre, lei sì. Il suo amore era sincero, ed è per questo che ogni tanto vorrei tornare a casa e abbracciarla, chiederle come sta.
Ma ora non ho più i ricci che tanto amava, e mi chiedo che cosa farebbe. I miei capelli sono troppo corti per essere spazzolati, e i miei occhi sono diventati lo specchio di un'anima troppo tormentata. La farei piangere di nuovo, come quando me ne sono andata di casa, abbandonandola.
Sono felice di aver affittato una casa a Oak Town. Non c'è più niente per me a Capital City, se non del lavoro e fantasmi del passato.
Fantasmi con cui non voglio avere più nulla a che fare.
Forse nella mia nuova casa smetterò di essere tormentata dagli incubi tutte le notti.
h. 20.00
"Lydia, devi imparare che cosa è giusto e che cosa è sbagliato."
Sentivo mia madre singhiozzare dalla cucina. Anche se dal punto in cui mi trovavo non la potevo vedere, mi sembrava di averla davanti, seduta al tavolo della cucina, la fronte contro il legno bagnato dalla sua cascata di lacrime.
"Qui su Horyzon le cose sono perfette, ma là fuori, nei mondi che tu ti ostini a difendere, vige l'ignoranza."
No, papà, qui l'unico ignorante sei tu. Questo avrei voluto rispondergli, ma mi limitai a starmene seduta su quella poltrona, circondandomi le ginocchia con le braccia e trattenendo le lacrime con orgoglio.
Mi sanguinava il naso, e il polso dove mio padre si era aggrappato con forza per tenermi ferma mentre mi picchiava faceva così male che quasi non riuscivo a muoverlo, ma non avrei pianto. Non davanti a lui. A fare quello ci pensava già mia madre, e in abbondanza.
"Quell'ignoranza non durerà in eterno, prima o poi li domineremo e faremo capire loro che cosa vuol dire essere civilizzati."
Perchè non poteva parlare di aiuto? Quella gente aveva bisogno di aiuto, non di regole e del pugno di ferro dell'Alleanza.
"Quella gente è come noi, ma non ha tutto ciò che abbiamo noi per civilizzarsi, come dici tu. Se invece di pensare a imporvi pensaste ad aiutarli le cose sarebbero diverse" replicai seccamente, stanca di dovermene stare zitta e fingere che avesse ragione. Lui mi si avvicinò, la mano già in aria, pronta a colpirmi di nuovo.
"Ti prego Robert, basta, lascia stare la bambina" implorò mia madre dalla cucina, la voce spezzata dal pianto. Mio padre si voltò verso di lei, puntandole il dito contro. "Non è una bambina, ha sedici anni e dovrebbe già essere membro dell'Alleanza come me e invece guardala! Una ribelle con la testa piena di ideali distorti! E' solo colpa tua e della tua debolezza, sei solo capace a piangere!"
Per fortuna si girò e uscì di casa sbattendosi la porta alle spalle, perchè in quel momento mi sarei volentieri alzata per prenderlo a calci in culo.
Quello non era mio padre, era solamente un uomo senza cuore.
Nonostante siano passati nove anni dall'ultima volta che l'ho visto non riesco a soffocare tutto l'odio represso che ha fatto nascere in me fin da quando ero solo una bambina.
Sono felice che non si sia mai pentito di avermi cancellata dalla sua vita, sono davvero felice che non mi abbia mai cercata. Mai.
Però mi manca mia madre, a volte.
"Non devi ascoltarlo, non sa quello che dice. Lui ti vuole bene" mi disse, la voce nasale a causa del pianto cessato da pochi minuti. Mentiva, lo faceva sempre. Mentiva cercando di addolcire la cruda realtà.
"Non è vero, mamma. Lui mi odia. Se non diventassi un soldato come lui desidera smetterebbe di considerarmi sua figlia, e tu lo sai benissimo. Io sono solo uno strumento per lui."
Sentivo i denti della spazzola affondare tra i miei ricci e scorrere lenti verso il basso. Nonostante percepissi i movimenti di mia madre secchi e nervosi, la sua voce suonava piena di dolcezza.
"Per me non sei uno strumento. Sei la mia bambina."
Le piaceva spazzolarmi i capelli. Erano lunghi e ricci come i suoi.
"Quanto sei bella, Lydia. Sembri una bambola. Vedrai, un giorno troverai un uomo che amerà i tuoi occhi tanto quanto li amo io" sorrise, guardandomi attraverso lo specchio.
Odiavo quando mia madre si metteva a parlare di uomini. Io avevo già Ryan, e lui non mi amava perchè sembravo una bambola. Mi amava perchè ero forte e indipendente.
A ripensarci, forse Ryan non mi amava davvero. Ma mia madre, lei sì. Il suo amore era sincero, ed è per questo che ogni tanto vorrei tornare a casa e abbracciarla, chiederle come sta.
Ma ora non ho più i ricci che tanto amava, e mi chiedo che cosa farebbe. I miei capelli sono troppo corti per essere spazzolati, e i miei occhi sono diventati lo specchio di un'anima troppo tormentata. La farei piangere di nuovo, come quando me ne sono andata di casa, abbandonandola.
Sono felice di aver affittato una casa a Oak Town. Non c'è più niente per me a Capital City, se non del lavoro e fantasmi del passato.
Fantasmi con cui non voglio avere più nulla a che fare.
Forse nella mia nuova casa smetterò di essere tormentata dagli incubi tutte le notti.
Fear of memories
29/01/2514
h. 21.00
Oggi ho fatto un giro per Oak Town con Quinn per farmi un'idea della zona in cui potrei trovare casa, e durante la passeggiata abbiamo incontrato Eli. Entrambi sembrano aver preso in simpatia Cagnaccio e soprattutto si sono rivelate persone discrete, che non amano ficcare il naso negli affari altrui, quindi tutto sommato ho apprezzato la compagnia, almeno finchè non si è fermato un Thor sulla strada e dal finestrino oscurato ha fatto capolino un agente dell'Alleanza. Per un brevissimo istante ho creduto mio padre avesse mandato qualcuno a cercarmi, poi mi sono resa conto che lui mi ha cancellata dalla sua vita ormai. L'agente voleva solo controllare i nostri IdN, ma i ricordi sono tornati prepotenti nella mia testa, facendola pulsare. Ero tentata di chiedergli se conoscesse mio padre, ma quando mi ha augurato buona giornata chiamandomi per cognome non mi è sembrato incuriosito, segno che probabilmente non sa chi sia Robert Evans.
A volte mi chiedo se i miei genitori stiano bene, se sentano la mia mancanza. Forse mia madre sì, e fa male immaginarla persa nella sua solitudine. Le ho spezzato il cuore, ma ormai non posso più tornare indietro. Non voglio tornare indietro.
Dopo un po' io e Eli siamo rimasti soli e parlando, non so perchè, gli ho confessato la mia paura riguardo i sentimenti, così ha voluto raccontarmi una storia per farmi capire che non dovrei temerli così tanto.
Non credo sia possibile cancellare i miei timori così facilmente, non credo riuscirò mai a farlo, ma la storia di Eli mi ha fatto riflettere, mi ha fatto rendere conto che Christyan mi manca.
Vorrei scrivergli e chiedergli scusa per essere sparita, ma in tutti questi giorni ho ricevuto una sola mail da parte sua e questo mi fa pensare che forse non gli importa così tanto di me.
Una volta mia madre mi disse che se una cosa ti fa paura, devi farla con paura e se non ti fa paura allora il tuo desiderio non è abbastanza grande.
Quanto vorrei poterle dire che aveva ragione a dirlo, ma che più il desiderio è grande più la paura è enorme e invincibile...
h. 21.00
Oggi ho fatto un giro per Oak Town con Quinn per farmi un'idea della zona in cui potrei trovare casa, e durante la passeggiata abbiamo incontrato Eli. Entrambi sembrano aver preso in simpatia Cagnaccio e soprattutto si sono rivelate persone discrete, che non amano ficcare il naso negli affari altrui, quindi tutto sommato ho apprezzato la compagnia, almeno finchè non si è fermato un Thor sulla strada e dal finestrino oscurato ha fatto capolino un agente dell'Alleanza. Per un brevissimo istante ho creduto mio padre avesse mandato qualcuno a cercarmi, poi mi sono resa conto che lui mi ha cancellata dalla sua vita ormai. L'agente voleva solo controllare i nostri IdN, ma i ricordi sono tornati prepotenti nella mia testa, facendola pulsare. Ero tentata di chiedergli se conoscesse mio padre, ma quando mi ha augurato buona giornata chiamandomi per cognome non mi è sembrato incuriosito, segno che probabilmente non sa chi sia Robert Evans.
A volte mi chiedo se i miei genitori stiano bene, se sentano la mia mancanza. Forse mia madre sì, e fa male immaginarla persa nella sua solitudine. Le ho spezzato il cuore, ma ormai non posso più tornare indietro. Non voglio tornare indietro.
Dopo un po' io e Eli siamo rimasti soli e parlando, non so perchè, gli ho confessato la mia paura riguardo i sentimenti, così ha voluto raccontarmi una storia per farmi capire che non dovrei temerli così tanto.
Non credo sia possibile cancellare i miei timori così facilmente, non credo riuscirò mai a farlo, ma la storia di Eli mi ha fatto riflettere, mi ha fatto rendere conto che Christyan mi manca.
Vorrei scrivergli e chiedergli scusa per essere sparita, ma in tutti questi giorni ho ricevuto una sola mail da parte sua e questo mi fa pensare che forse non gli importa così tanto di me.
Una volta mia madre mi disse che se una cosa ti fa paura, devi farla con paura e se non ti fa paura allora il tuo desiderio non è abbastanza grande.
Quanto vorrei poterle dire che aveva ragione a dirlo, ma che più il desiderio è grande più la paura è enorme e invincibile...
Ghost in the Shell
27/01/2514
h. 10.00
Ieri sera io e i Phantom siamo andati al Black Oak Ranch a ritirare le casse che dovremo portare con la Banshee fino a Cap City, e a dirla tutta sono contenta di aver avuto qualcosa da fare. Se fossi rimasta da sola penso che avrei finito con l'ubriacarmi mentre Christyan mi cercava sul Cortex, e ignorare la sua mail si sarebbe rivelato più difficile.
Ho apprezzato la discrezione di Mat e Garreth nel vedermi di pessimo umore ed evitare di farmi domande, e ho anche apprezzato la nuova conoscenza che ho fatto: Roona Mei è una donna gentile che lavora lì al Ranch e con la quale ho avuto modo di scambiare una chiacchierata davanti a una cioccolata calda, che si è rivelata più confortatrice di una bottiglia di liquore.
Credo che vivere a Oak Town sarà sicuramente meglio, su Greenfield puoi respirare un'aria più libera, puoi perderti a osservare l'orizzonte quando a Cap City vedi solo palazzi, puoi passeggiare in silenzio per ore.
E' una svolta, la svolta che cercavo, ma non mi spiego perchè questo mi faccia così tanta paura.
Sono confusa e mi sento fragile, quando in tutti questi anni ho lottato per crearmi una corazza.
Ho iniziato a diciotto anni, quando me ne sono andata di casa per andare a vivere con Ryan.
Ai tempi ero così esasperata, così stanca della mia vita che decisi che quel quindici luglio sarebbe stato il giorno in cui tutto sarebbe cambiato: mi lasciai alle spalle ogni bel vestito che mia madre mi aveva comprato e iniziai a girare con una pistola appesa al fianco, ripetendomi che ora ero libera e nessuno mi avrebbe più imposto nulla.
Mi sedetti di fronte allo specchio nella mia nuova camera e con una forbice mi tagliai i capelli da sola, osservando ogni riccio che toccava il pavimento come fosse un ricordo che avevo deciso di recidere, soffocare, calpestare.
Non mi sono mai più fatta crescere i capelli da allora. Credo sarebbe come levarmi la corazza di dosso, e io
non posso permettermelo.
h. 10.00
Ieri sera io e i Phantom siamo andati al Black Oak Ranch a ritirare le casse che dovremo portare con la Banshee fino a Cap City, e a dirla tutta sono contenta di aver avuto qualcosa da fare. Se fossi rimasta da sola penso che avrei finito con l'ubriacarmi mentre Christyan mi cercava sul Cortex, e ignorare la sua mail si sarebbe rivelato più difficile.
Ho apprezzato la discrezione di Mat e Garreth nel vedermi di pessimo umore ed evitare di farmi domande, e ho anche apprezzato la nuova conoscenza che ho fatto: Roona Mei è una donna gentile che lavora lì al Ranch e con la quale ho avuto modo di scambiare una chiacchierata davanti a una cioccolata calda, che si è rivelata più confortatrice di una bottiglia di liquore.
Credo che vivere a Oak Town sarà sicuramente meglio, su Greenfield puoi respirare un'aria più libera, puoi perderti a osservare l'orizzonte quando a Cap City vedi solo palazzi, puoi passeggiare in silenzio per ore.
E' una svolta, la svolta che cercavo, ma non mi spiego perchè questo mi faccia così tanta paura.
Sono confusa e mi sento fragile, quando in tutti questi anni ho lottato per crearmi una corazza.
Ho iniziato a diciotto anni, quando me ne sono andata di casa per andare a vivere con Ryan.
Ai tempi ero così esasperata, così stanca della mia vita che decisi che quel quindici luglio sarebbe stato il giorno in cui tutto sarebbe cambiato: mi lasciai alle spalle ogni bel vestito che mia madre mi aveva comprato e iniziai a girare con una pistola appesa al fianco, ripetendomi che ora ero libera e nessuno mi avrebbe più imposto nulla.
Mi sedetti di fronte allo specchio nella mia nuova camera e con una forbice mi tagliai i capelli da sola, osservando ogni riccio che toccava il pavimento come fosse un ricordo che avevo deciso di recidere, soffocare, calpestare.
Non mi sono mai più fatta crescere i capelli da allora. Credo sarebbe come levarmi la corazza di dosso, e io
non posso permettermelo.
Broken Promises
26/01/2514
h. 19.12
Quello che è successo oggi non sarebbe dovuto accadere.
Non so cosa mi sia preso, non so perchè l'ho fatto, non so perchè lui mi piaccia, dannazione.
Non voglio rivivere ciò per cui ho sofferto tanto in passato.
Ricordo quando Ryan mi salvò da quel ragazzone, Martin.
Martin mi odiava, era un sedicenne grande, grosso e stupido che cercava solo un pretesto per scatenare una rissa, e quel giorno io glielo diedi, zittendolo mentre mi sfotteva nei bagni della scuola.
Mi diede appuntamento nei sobborghi di Capital City alle sei di sera, dicendomi che se ero così spavalda da rispondergli a tono la sarei stata anche per fare a pugni con lui.
Ebbi paura, se mio padre fosse venuto a conoscenza di questo episodio mi avrebbe riempita di schiaffi e di insulti e mi avrebbe giudicata con quei suoi occhi scuri, ma non volevo che Martin la passasse liscia, non volevo che continuasse a prendermi in giro. Non volevo essere la ragazzina dolce e indifesa che mia madre desiderava che fossi, nè il soldato in cui mio padre voleva trasformarmi. Volevo solo sfogarmi e dimostrarmi forte, così andai.
Ricordo ancora il cielo serale, alzando lo sguardo si notavano scie di rosso, i resti di un caldo tramonto, sfumarsi nell'oscurità della notte che avanzava. Faceva freddo, ma le mie mani erano sudate.
Martin non si presentò solo e io mi ritrovai ad essere un topino indifeso in mezzo a un esercito di gatti famelici. Due di loro mi bloccarono nonostante io scalciassi e mordessi, e Martin iniziò a prendermi a calci nelle gambe e nello stomaco. Ero coricata a terra con le labbra appiccicate all'asfalto quando arrivò Ryan.
Era alto, bello, forte. Mentre prendeva a pugni Martin i suoi capelli scuri gli scivolavano sugli occhi verdi, e ai miei occhi apparve come l'eroe di una storia, giunto nel posto giusto al momento giusto per salvarmi. La banda di ragazzini se la diede a gambe, ma io rimasi a terra, finchè il mio salvatore non mi aiutò ad alzarmi.
Ai tempi avevo capelli lunghi e mossi, e quando Ryan vi infilò in mezzo la mano per scostarmeli dal viso mi sembrò di sentirlo inspirare a fondo il profumo di pulito che essi emanavano. Credetti subito di piacergli, perchè non poteva essere altrimenti: lui mi piaceva un sacco.
Ancora oggi mi domando perchè sia morto.
Ormai ho superato il dolore della perdita, ma ci sono cose che non riesco a perdonargli e che non riesco a perdonarmi. Avrei potuto aiutarlo, salvarlo, ma non me l'ha permesso.
Mi sono promessa che non avrei più amato, che nessun uomo mi avrebbe più toccata, e oggi ho infranto la mia promessa.
Nightmares
26/01/2514
00.20
Sapevo che restare in hotel tutta la sera a bere whiskey non mi avrebbe fatto bene, eppure, ostinatamente, l'ho fatto. Mi sono addormentata attorno all'ora di cena con lo stomaco vuoto e ho dormito per ore, perseguitata dagli incubi.
Perchè non faccio che incubi?
Sono così stanca, sono anni che dormo male e che mi sveglio di cattivo umore per colpa di ciò che sogno.
Questa volta nell'incubo c'era mio padre, esattamente come l'ho lasciato nove anni fa, con i suoi capelli brizzolati, la ruga severa a solcargli la fronte e quegli occhi color ebano fatti per giudicare. Litigavamo, come succedeva spesso quando ero più piccola. Lui voleva che io combattessi per l'Alleanza, io volevo vivere la mia vita come meglio credevo, ma lui non mi ascoltava, non voleva proprio farlo. Mi schiaffeggiava con violenza e io non riuscivo a muovermi, paralizzata dalla rabbia e dalla paura di dovergli obbedire. Il mio naso iniziava a sanguinare, fino a creare un lago scarlatto ai miei piedi, e io prendevo la pistola mentre mia madre piangeva disperata alle nostre spalle. Prendevo la pistola e rimuovevo la sicura, e poi gli sparavo, dritto in mezzo agli occhi.
Poi mi sono svegliata, grondante di sudore e con la testa che ancora girava per colpa del whiskey ancora in circolo, e ho trovato Cagnaccio ai piedi del letto intento a mangiarsi il mio stivale destro.
Non l'ho sgridato, dopotutto lui cosa ne può sapere che quello stivale mi serve per andarci in giro? E poi non me l'ha rotto, e non m'importa se da domani sarà meno lucido.
Credo di aver sognato mio padre perchè questa mattina ho affrontato con Christyan il discorso della guerra e del fatto che sarei pronta a schierarmi contro l'Alleanza se essa si dovesse ripetere, ora che ho la possibilità di scegliere per chi combattere. E poi mi sono resa conto che vorrebbe dire potermi ritrovare ad uccidere il mio stesso padre.
Cazzo, mi scoppia la testa, ma credo sia meglio portare Cagnaccio a fare una passeggiata, prima che si metta a fare i suoi bisogni sul letto.
Questi sono momenti in cui sono davvero felice di avere un cane al mio fianco.
00.20
Sapevo che restare in hotel tutta la sera a bere whiskey non mi avrebbe fatto bene, eppure, ostinatamente, l'ho fatto. Mi sono addormentata attorno all'ora di cena con lo stomaco vuoto e ho dormito per ore, perseguitata dagli incubi.
Perchè non faccio che incubi?
Sono così stanca, sono anni che dormo male e che mi sveglio di cattivo umore per colpa di ciò che sogno.
Questa volta nell'incubo c'era mio padre, esattamente come l'ho lasciato nove anni fa, con i suoi capelli brizzolati, la ruga severa a solcargli la fronte e quegli occhi color ebano fatti per giudicare. Litigavamo, come succedeva spesso quando ero più piccola. Lui voleva che io combattessi per l'Alleanza, io volevo vivere la mia vita come meglio credevo, ma lui non mi ascoltava, non voleva proprio farlo. Mi schiaffeggiava con violenza e io non riuscivo a muovermi, paralizzata dalla rabbia e dalla paura di dovergli obbedire. Il mio naso iniziava a sanguinare, fino a creare un lago scarlatto ai miei piedi, e io prendevo la pistola mentre mia madre piangeva disperata alle nostre spalle. Prendevo la pistola e rimuovevo la sicura, e poi gli sparavo, dritto in mezzo agli occhi.
Poi mi sono svegliata, grondante di sudore e con la testa che ancora girava per colpa del whiskey ancora in circolo, e ho trovato Cagnaccio ai piedi del letto intento a mangiarsi il mio stivale destro.
Non l'ho sgridato, dopotutto lui cosa ne può sapere che quello stivale mi serve per andarci in giro? E poi non me l'ha rotto, e non m'importa se da domani sarà meno lucido.
Credo di aver sognato mio padre perchè questa mattina ho affrontato con Christyan il discorso della guerra e del fatto che sarei pronta a schierarmi contro l'Alleanza se essa si dovesse ripetere, ora che ho la possibilità di scegliere per chi combattere. E poi mi sono resa conto che vorrebbe dire potermi ritrovare ad uccidere il mio stesso padre.
Cazzo, mi scoppia la testa, ma credo sia meglio portare Cagnaccio a fare una passeggiata, prima che si metta a fare i suoi bisogni sul letto.
Questi sono momenti in cui sono davvero felice di avere un cane al mio fianco.
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